Zucchero: io e Irene
Pubblicato da ancorassieme.net su 27 maggio 2009
«L’ispirazione? Non esiste. I valori che fanno scrivere canzoni, la grande fotografia di quello hai dentro discendono direttamente dal desiderio di lasciare qualcosa per il futuro. Quindi i versi del mio prossimo album saranno molto duri, provocatori: nel senso buono, ovvio, perchè ormai non provoca più nessuno».
Zucchero è un uomo sereno, ma ha la stessa robusta caparbietà dei bluesmen che tanto gli piacciono. In una piccola valle verde, con un mulino trasfigurato in una casa linda, i cavalli e le pecore, il trattore e le piccole insegne di black music strappate all’altra parte del mondo, osserva rapito la figlia Irene mentre canta dal vivo, in una sala di legno scuro come una house of blues, il suo album “Vintage Baby”. Lei è orgogliosa, sino a qualche tempo fa lo pregava di non scriverle canzoni, «perché si riconosce troppo il tuo stile». Zucchero fa finta di indignarsi: «Che male avrei fatto?».
E riparte come un mantice, a soffiare sulle regole della fantasia: «Lavoro dalle undici di mattina alle tre di notte per trovare un grappolo di note. Poi, magari, il giorno dopo le butto via. E solo per sfinimento, per rispetto di chi compra i miei dischi, arrivo alle mie canzoni. Sono uno che si espone, mi metto di mezzo: oggi è per Irene, ieri era per Andrea Bocelli nel quale non credeva nessuno. Per fargli fare un disco ho dovuto chiudere nel mio camerino Caterina Caselli. Lei capì che facevo sul serio, e mi chiese in cambio di scrivergli almeno un brano, ne uscì “Il mare calmo della sera”».
Zucchero sta per chiudere un tour mondiale di un anno e mezzo: «Mi rimane il concerto per Nelson Mandela a New York e una tournée in Giappone e Australia con Jeff Beck». Ma il cuore batte tutto per Irene, che sta crescendo bene: il 21 giugno sarà a San Siro in “Amiche per l’Abruzzo”, il 2 luglio canterà al Festival Jazz di Lugano con Solomon Burke, l’8 al Summer Festival di Lucca prima di Anastacia, poi in Austria con Tom Fogerty e il 23 luglio al Festival Just Like A Woman di Savona con Randy Crawford.
All’ombra di una grande tenda da matrimoni, «del resto io credo di suonare proprio con questo spirito, una band di giorno di nozze», Zucchero coccola Irene e l’altra figlia nata dal primo matrimonio, Alice che fa la stilista di gioielli ma è prudente, si tira un po’ in disparte, mentre Blue, il bambino avuto dall’attuale compagna, Francesca, si arrampica sul trattore con la stessa determinazione del padre nell’uscire, molti anni fa, dalle spire insidiose di fare solo l’autore: «Effettivamente nessuno voleva che cantassi. Non ho mai scelto la strada facile, altrimenti avrei scritto delle belle melodie all’italiana. E tutto sarebbe finito lì». Invece ha cercato di «sbarcare il lunario quando avevo già due figlie, suonavo nelle balere che è l’unico modo per portare a casa qualche soldo, poi grazie a Dio è andata bene così. Spero così anche per Irene». Che annuisce silenziosa: «Non amavi il mio mestiere» le dice affettuoso «perché ero poco a casa, ora però certe difficoltà le vedi da sola. In Italia i figli d’arte fanno molta fatica e devono essere sempre criticati. Ma sei hai talento, che colpa meriti da un nome famoso?». Irene replica leggera: «Ho sempre fatto la mia strada, cantavo dove potevo. Un giorno mi chiede: canteresti stasera alla Royal Albert Hall? Dimmelo entro le nove. Gli ho telefonato un quarto d’ora prima: ci sarò».
Lei parla, lui guarda su, verso le colline: «Mi ero appena separato e cercavo un posto a metà fra l’Emilia e Forte dei Marmi dove vivevano le ragazze. Arrivo da queste parti sulla mia Harley Davidson, e mi offrono solo ville da star, ma vuote, da farmi sentire ancora più depresso. Poi ho visto questo angolo e mi sono detto: fermati, è venuto il tuo momento». Da allora tutto marcia con tour impressionanti, concerti di beneficenza con gli amici famosi, una catena di solidarietà che un giorno è arrivata anche in Italia con “Domani”, da un’idea di Jovanotti e Giuliano Sangiorgi su una canzone di Mauro Pagani: «Ho partecipato, ma potevamo fare di più. Dovevamo scrivere qualcosa che rimanesse davvero. Nulla contro la canzone in sé, ma potevamo impegnarci di più, stare una settimana in studio di registrazione e fare qualcosa di memorabile. Invece c’è sempre fretta, c’è tanta voglia di aiutare il prossimo e quindi capisco l’urgenza per l’Abruzzo. Ora si tratta di vedere se andrò al concerto dell’Olimpico il 20 giugno. Qualche giorno fa ho cenato con Baglioni, Venditti e Pino Daniele: li ho avvertiti che la sera prima ci sentiremo e decideremo insieme».
Ci pensa un po’, poi decide che forse verrà frainteso: «Sono fatto così, dico quello che penso, ma non voglio certo offendere nessuno. Certo, in “We are the world” Quincy Jones aveva attribuito le parti ad hoc per ogni artista. Ray Charles entrava in quel punto lì ma era Ray Charles. Siccome sono un discreto batterista, il 20 giugno potrei prendere le bacchette, Baglioni starebbe al piano, Pino Daniele alla chitarra e Venditti canterebbe. Vedremo». Intanto pensa a tutti i musicisti che gli hanno trasmesso la febbre di fare sempre di più. «Una volta Ray Charles, ancora lui, ha duettato con me senza provare neppure una nota, ma quella è classe. Ci sono artisti che ti fanno sentire piccolo, ma in pace con la tua coscienza. Il più grande è Johnny Cash, c’è una sua canzone che si chiama “Hurt”, è più potente di qualsiasi cosa abbia mai pensato io. Ma è giusto così, si può sempre imparare a essere se stessi con poco, eppure così smisuratamente grande. Lei mi crede, se le dico che sono così, nulla di più, nulla di meno. Non cambierei mai. Mi creda».
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