Il piccolo grande amore più famoso d’Italia: retroscena con sequel aspettando Baglioni
Pubblicato da ancorassieme.net su 25 Giugno 2009
Messaggero Veneto — 23 giugno 2009 pagina 12 sezione: CULTURA – SPETTACOLO
Il progetto è grandioso: Questo piccolo grande amore , titolo della canzone più venduta in Italia (secondo Hit parade Italia ) e dell’album che consacrò il successo di Baglioni, si moltiplica diventando album, tour , film e romanzo. Dopo l’uscita della pellicola in febbraio e in attesa del cantautore che farà tappa a villa Manin, il 4 settembre, ecco anche Q.P.G.A. (Mondadori, 259 pagine – 17,00 euro), che traduce in prosa l’amore raccontato in musica nel 1972, nel primo concept album italiano, e ci svela i retroscena della maglietta fina più famosa d’Italia, quella che fece vibrare di sentimento e pruriginose fantasie un’intera generazione. Lui è Andrea: oggi architetto di successo a Parigi, ieri studente squattrinato di Centocelle, vagamente rivoluzionario e potentemente sognatore. In lui, viva e testarda, non solo e non tanto «la voglia di essere nudi» (o «di essere soli», come preferì la censura, che nel nome del buon costume sostituì anche due innocue «scarpe bagnate» alle «cose proibite»), ma di riscattarsi, di conquistarsi un orizzonte diverso da quello disegnato dai palazzoni del suo quartiere. Lei è Giulia: bella, colta, sensibile. Borghesissima, se non altro per estrazione. Ma è la fine degli anni Sessanta e il censo – fino ad allora confine concreto – sta bruciando sul rogo dell’immaginazione al potere. I due si incontrano in un bar… Per chi conosce l’album, il seguito è noto: i due si abbandonano alla passione e il loro Q.P.G.A. («qui passarono Giulia e Andrea», che credevate!) è vergato a imperitura memoria sui muri della città. Un primo amore che Andrea ritrova per caso quando, dopo decenni di latitanza, vola a Roma per lavoro. In questa città della memoria in cui torna cambiato, cinico e senza sogni, Andrea si imbatte nel libro di Giulia, che racconta il loro «piccolo grande amore». O, meglio, che vorrebbe raccontare, proprio come Baglioni, «la storia di un ultimo sogno», rievocare l’epoca in cui i giovani furono capaci per l’ultima volta di sognare tutti insieme, prima di risvegliarsi al fragore delle bombe. Di tutto questo nelle pagine di Baglioni non resta impigliato granché: affogata nel miele di definitive considerazioni sull’amore, dell’epoca rimangono a galla pochi, notissimi slogan. E forse, fra chi è venuto dopo, un certo fastidio per una generazione che si è elevata a esempio insuperabile di contestazione, colonizzando la fantasia e la ribellione dei propri figli e lasciando loro solo la via del nichilismo. Più onesto, più vivo, è il ritratto della vita di periferia: il senso costante d’inadeguatezza, le feste di compleanno in salotto, con i mobili protetti dal cellophane e i genitori sequestrati in cucina. O ancora, come Baglioni raccontava qualche tempo fa da Fazio, le giacche buone comprate «al bottegone di viale Prenestino» che quelli di Centocelle (e di tutte le periferie d’Italia) sfoggiavano per gli inviti al centro, senza sapere che lì ormai andavano i maglioni coi buchi. Anna Davini
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